|
Ma egli dichiarerà: «Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità.
Là ci sarà pianto e stridore di denti». (Lc 13,27-28a)
Vi racconto quello che succede nella scuola dove lavorano alcune mie amiche. All’inizio dell’anno, si sa, bisogna fare l’orario. Ora, l’orario è fondamentale come strumento di coordinamento. Esso determina gli incontri quotidiani tra docenti e studenti. Determina anche la possibilità che i colleghi pendolari si associno andando avanti e indietro tutti i giorni. L’orario, cosa da non trascurare, una volta entrato in vigore, rappresenta ordine di servizio per tutti gli interessati. Per tutti questi motivi, e per altri ancora, magari più futili, come la possibilità di cumulare feste e ponti con il giorno libero, molti docenti nel mese di settembre si danno da fare con i colleghi incaricati di redigere l’orario. Ricordo che un paio di decenni fa, quando il vicepreside veniva eletto e non nominato dal preside come oggi, molti insegnanti che ambivano a svolgere quel ruolo cercavano il consenso dei colleghi promettendo favori relativi all’orario. Che vuoi, in certi uomini la libido dominandi è talmente forte da spingerli a comandare su chiunque capiti loro a tiro: sulla moglie e sui figli, se ne hanno, ovviamente sugli alunni, sui colleghi, sugli amici, sui fedeli, se hanno qualche incarico in parrocchia.
Il collegio dei docenti, onde evitare le aberrazioni più eclatanti, non per l’equità perfetta o per la giustizia almeno asintotica, all’inizio di ogni anno delibera alcuni semplici criteri da seguire nella redazione dell’orario di servizio. Nella scuola delle mie amiche, che è a tempo prolungato, il collegio in primis ha stabilito che ogni docente rimanga a scuola un solo pomeriggio alla settimana. In secundis, che nessuno abbia più di due volte la prima ora – non avere la prima ora significa poter accompagnare i figli piccoli a scuola e, per chi viaggia, non doversi alzare alle cinque del mattino. In tertiis soddisfare i desiderata degli insegnanti, ad esempio, relativamente al giorno libero, o alla possibilità di viaggiare con altri colleghi, o ancora quanto a numero di “ore buca”, cioè ore di inattività tra una lezione e l’altra. Quest’ultimo aspetto, per chi viaggia, è importantissimo, perché se uno ha due o tre ore, di cui però una alle otto e una alle tredici, il povero cristo di ore ne fa cinque o sei.
Armati di questi saggi dispositivi, alcuni hanno ritenuto di essere al riparo da possibili porcate. E invece no. Per comprendere, riflettete sulla madre delle porcate: la legge elettorale, opportunamente definita porcellum. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e così in quella scuola le cose vanno diversamente da come sono state prefigurate dal collegio.
In quell’istituto c’è una collega pendolare che da quindici anni non fa domanda di trasferimento. Non ne ha bisogno perché ha un potere, la cui fonte di legittimazione ai comuni mortali sfugge, tale che lei da quindici anni ha il sabato libero fisso, nessuna “ora buca”, raramente la prima ora. Inoltre, sempre in forza del suo potere misterioso, riesce a far fare l’orario in modo che ci sia sempre almeno una collega con cui viaggiare. La benedetta collega riesce perfino a godere di piccoli privilegi negati al resto del mondo, come essere informata di tutto quello che accade, in anteprima assoluta anche quando è in vacanza, o “aggiustarsi” con i colleghi quando ha un problema di famiglia.
Perché chiedere il trasferimento in una scuola dove si è come tutti gli altri?
Nello stesso istituto ci sono docenti che fanno tre prime ore. Ci sono solo cinque docenti che fanno due volte servizio durante l’ora di mensa, quando gli altri se ne stanno comodamente a pranzo a casa loro, e quando gli allievi sono ingovernabili. C’è una professoressa che ha un bambino celiaco, per il quale ha chiesto la possibilità di essere a casa durante il pranzo, e invece resta due volte durante l’ora di mensa. Ci sono due docenti, di cui uno senza patente, che hanno chiesto di poter viaggiare insieme e avere il sabato libero. Ebbene si sono ritrovati senza il sabato, con giorno libero diverso, e nell’impossibilità di viaggiare insieme.
In una simile situazione si è scatenata l’ira di Dio. Ogni docente ha studiato l’orario, per scoprire e proporre soluzioni alternative che migliorassero la situazione di qualcuno, senza danneggiare altri. Dapprima si è incontrato un muro nella “commissione orario”. Poi si è ottenuto di vagliare quelle benedette proposte. Le nuove soluzioni escogitate da quei geni della “commissione”, però, da una parte salvaguardano puntualmente i privilegi di alcuni, dall’altra peggiorano la situazione dei soliti malcapitati. Come dire “un’altra volta pensateci bene prima di lamentarvi”. Nella scuola non si pratica forse l’educazione alla cittadinanza attiva e responsabile? E la Gelmini non ha forse introdotto l’educazione al rispetto dei valori della costituzione?
Dopo diversi tentativi inutili esperiti con gentilezza, una delle colleghe danneggiate affronta il toro per le corna, ché non è toro ma le corna ce l’ha per davvero. Propone: «Perché non spostare la tale ora con quest’altra in modo da ridurmi da tre a due il numero di “ore buca” e consentirmi di viaggiare con la macchina di Sempronio?». Il vicepreside la guarda e afferma sbrigativo: «Questa soluzione non è praticabile». Di fronte all’insistenza della professoressa, che sapeva il fatto suo, l’uomo dell’orario chiarisce: «Comporterebbe un’“ora buca” per la professoressa Paglia». Allora la prof colpisce, pacata ma caustica: «Fatela una “buca” alla Paglia, no? Perché la Paglia non ha mai una “buca”?».
La Paglia ha il giorno libero, ma il pomeriggio risulta già informata con dovizia di particolari del colloquio. La Paglia non perde tempo, afferra il telefono e si sfoga proprio con la migliore amica della prof che ha osato stuzzicare il toro col drappo rosso. Tacendo sui privilegi di cui gode da anni, la Paglia lamenta che c’è una congiura ordita per danneggiarla. Dall’altro capo del filo, si ascolta quasi senza fare motto, ma il fiele monta alla testa e le budella si contorcono. La Paglia, dopo essersi sfogata, conclude, ancora piena d’ira: «Io l’ho capito che contro di me c’è un accanimento, c’è». Forse un accanimento terapeutico.
|