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Egli rispose: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati:
essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni […] di ogni putridume».
(Mt 11,46)
Quest’anno il nostro dirigente scolastico ha adottato nuove griglie, per esempio, per la rilevazione delle “competenze in ingresso” e per la definizione dei moduli. Per la verità non abbiamo capito bene che vantaggio ci sia a rifare ogni anno daccapo tutto il lavoro: definizione dello schema da seguire, definizione dei moduli, definizione delle verifiche e dei criteri di valutazione. Se il modello adottato l’anno scorso fosse riconosciuto incompleto, potremmo semplicemente completarlo; se fosse sbagliato in qualche punto, potremmo correggerlo; perché buttarlo? E pensare che uno dei vantaggi della programmazione modulare è la standardizzazione!
Tra i colleghi coscienziosi e responsabili serpeggia un senso di vessazione e di frustrazione: fanno del loro meglio per rendere efficace e gioioso il proprio lavoro, ma, periodicamente vengono beffati perché si dice loro: «Smontate tutto; è tutto da rifare»; tra i colleghi superficiali, che non si sono mai preoccupati dell’efficacia dell’insegnamento, invece, il sentimento prevalente è di soddisfazione: «Noi continueremo a fare come abbiamo sempre fatto», dicono.
Nella scuola da un po’ di tempo ci sono altre due novità. Una è questa. L’anno scolastico inizia con il modulo di “accoglienza”. La vigilia dell’inizio dell’anno, gli studenti di prima e le loro famiglie vanno a scuola, ascoltano un discorso del dirigente, prendono visione delle aule e dei laboratori, consumano un rinfresco appositamente preparato per loro. L’indomani tutti a scuola, ma non per seguire le lezioni di matematica o di storia; bensì per conoscersi, chiacchierare, acquistare i libri dai compagni delle classi successive, “rilevare le competenze in ingresso”, sentirsi illustrare i moduli, richiamare alla memoria le conoscenze acquisite l’anno precedente, ecc. L’accoglienza si svolge per tre settimane e raramente gli studenti si recano a scuola con libri, quaderni o penne.
Alcuni colleghi hanno chiesto al dirigente se, soprattutto per le quarte e per le quinte, non fosse uno spreco eccessivo dedicare tre settimane a fare conoscenza e ripetizione, visto che i rapporti con gli studenti sono consolidati e considerata la quantità di “argomenti” da affrontare, per esempio, in vista degli esami di Stato.
Altri hanno proposto di dare autonomia e fiducia ai consigli di classe e ai gruppi disciplinari e lasciare che siano essi a decidere quante settimane dedicare all’“accoglienza-ripetizione” in funzione dei veri bisogni delle classi. Il dirigente scolastico ha risposto: «Tutti gli studenti devono avere l’opportunità di superare il “disagio iniziale” derivante dal fatto di trovarsi in una nuova classe o di dovere affrontare nuovi saperi. L’accoglienza deve avere una durata congrua per tutti; non si può pensare che nella stessa scuola i primi venti giorni dell’anno alcuni facciano accoglienza e altri lezione». E pensare che uno dei principi delle innovazioni didattiche è la flessibilità!
Viene il sospetto che il dirigente scolastico si trovi in serie difficoltà se non può scrivere nel POF: «La scuola offre tre settimane di accoglienza». Che cosa dovrebbe scrivere? «La scuola offre l’accoglienza secondo le decisioni dei docenti?»; impossibile.
L’altra novità è questa. Dal primo settembre all’inizio delle “lezioni”, i docenti si recano tutti i giorni a scuola, spesso però non sanno che cosa devono fare poiché vi si svolgono tre, quattro e perfino cinque attività parallele – riunioni di gruppi disciplinari, consigli di classe, corsi di recupero, esami di idoneità, progetti vari – e loro dovrebbero essere presenti in due o tre di esse contemporaneamente. Tutto ciò crea una grande confusione e favorisce i più superficiali; a costoro basta mostrarsi e risultare presenti nei verbali.
A scuola, insomma, ci si incontra come in fiera: «Tu che fai?», chiede uno. «Io cerco le batterie di pentole per cucina», risponde il secondo. «Io cerco le sedie a dondolo», aggiunge un terzo. «Io vado al tiro a segno», dice il primo. La scuola è tutta griglie, fumo e poco arrosto.
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