SPIRITUALITA' E RELIGIONE

 

FRATEL COSIMO
L’infanzia del piccolo Cosimo trascorre in serena semplicità mentre la madre, donna pia e umile, che lo educa alla fede e alle virtù cristiane, non tarda a capire che il suo non è un bambino come gli altri. Anche se conosce presto la durezza della vita, Cosimo è un bambino ubbidiente e buono, che condivide volentieri la fatica e il lavoro dei suoi cari aiutando il padre ad accudire il gregge tra radure e campagne solcate da sentieri pietrosi levigati dalla pioggia e bruciati dal sole e dove, nella quiete solenne della natura, incomincia a pregare e meditare. Uno gli aspetti più sorprendenti dei suoi primissimi anni fu, infatti, l’intimità speciale che ebbe con la Madre di Dio e la precocità con cui corrispose alla grazia: tante le circostanze straordinarie e prodigiose che scandirono la sua verde età, fatti misteriosi che costituiranno chiare indicazioni del suo santo e luminoso avvenire. Man mano che cresceva in grazia confortato com’era dall’esempio delle virtù dei genitori, Cosimo sembrava già bramare un’ideale di vita ascetica. Un’anima tesa verso l’alto che già vibrava di una speciale intima passione spirituale. Esperienze mistiche riportate fedelmente e dettagliatamente in una trentina di lettere, in alcune delle quali Cosimo Fragomeni racconta delle apparizioni della Vergine Immacolata, avvenute, dall’11 al 14 maggio 1968, all’imbrunire, mentre si accingeva a rientrare a casa dopo una giornata di duro lavoro nei campi su un enorme masso coperto da cespugli e rovi divenuto, da allora, ‘Lo Scoglio delle apparizioni ’, meta incessante di pellegrinaggi. Una esperienza straordinaria che infiammò d’amore il cuore del giovane, all’epoca diciottenne, che accogliendo nella fede le indicazioni che la Madonna gli affidò attraverso quattro messaggi rivolti all’intera umanità, diede inizio alla straordinaria opera di evangelizzazione per la salvezza dei peccatori. Una epifania di grazia, che trasformò l’umile contadino in un testimone della carità cristiana, capace di parlare al cuore della gente. il 27 gennaio 1950 alle ore 8,00 circa, è nato Cosimo Fragomeni,primogenito di due figli dei coniugi Ilario Fragomeni e Maria Mazzà, gente umile, impegnata a coltivare la terra, ma serena e fiduciosa nell’aiuto della Provvidenza. Piccola frazione del comune di Placanica, Santa Domenica distante dal centro circa 5 km, all’epoca, era raggiungibile a piedi o a dorso di un asino ,attraverso una mulattiera che si innerva nella vallata del ‘Precariti’, che taglia a metà l’intero territorio comunale, un’anonima borgata ‘ferita’ dall’esodo di massa che aveva strappato e portato via migliaia di giovani calabresi costretti ad abbandonare affetti e fazzoletti di terra, in cerca di lavoro e di dignità. La gente rimasta aveva reagito alla fatica di vivere con orgoglio e determinazione , necessaria alle provocazioni di una esistenza di stenti e con un forte radicamento alla fede che si traduceva in una diffusa solidarietà. E fu proprio in questa famiglia, dove regnava il vicendevole rispetto e la pace, che il piccolo Cosimo trovò le profonde radici cristiane che alimentarono nelle pieghe più intime della sua anima un precoce anelito alla santità e la vocazione alla pietà cristiana. Un esercizio costante alla santità che Cosimo, soprattutto la sera, continua nella sua stanzetta fredda e umida e che diventerà luogo privilegiato di tante manifestazioni mistiche straordinarie, sempre riferite dal giovane a don Rocco Gregorace, (sacerdote, all’epoca, di Placanica) che per primo ebbe il privilegio di conoscere le sue confidenze. Pur essendo senza istruzione per aiutare in famiglia, Cosimo, sarà costretto ad interrompere gli studi in prima media, la sua lingua però si distingue per le sottigliezze teologiche e per il gergo erudito. Una freschezza di linguaggio, conciso e diretto, che penetra nelle pieghe più intime dell’animo e induce il peccatore a rivedere i propri comportamenti per rimettere la propria esistenza sulla retta via. Paragonato per le sue virtù profetiche e taumaturgiche al Santo di Pietrelcina, la straordinaria vita dell’umile contadino, diventato per tutti fratel Cosimo, dopo avere scelto il duro cammino della penitenza e della preghiera, in particolare di quella preghiera tanto gradita alla Madonna, il Santo Rosario, testimonia la profonda unione con Cristo sofferente che si manifesta in una amorevole carità verso i malati. Una vita, la sua, tutta mariana, spesa al servizio della Verità; e infatti, in tanti anni di annuncio coraggioso del Vangelo, con l’invito ad edificare la propria vita su Cristo, fratel Cosimo, ha invocato, per molti peccatori, il prodigio della conversione e per tanti sofferenti la guarigione. L’immagine che il mondo intero si è fatta di questo ‘apostolo’ del S. Rosario, è di un uomo di grande fede, umile e mite, che con la sua sofferenza, nella fragilità delle sue forze fisiche, incarna, un evangelico segno di contraddizione capace di ridestare la speranza anche nei cuori più induriti dal peccato.


FREDERIC VERMOREL
Frédéric Vermorel è un francese di circa cinquant’anni, il quale, dopo aver frequentato la scuola più prestigiosa di scienze politiche d’Europa, “Science Po” di Parigi, da sei anni vive nell’eremo di sant’Ilarione, situato su una roccia in un’ansa del torrente Allaro, nel comune di Caulonia. Padre Frédéric è approdato in questo luogo grazie a quel prete illuminato che si chiama Giancarlo Bregantini, allora vescovo della diocesi. Il dialogo con l’eremita può durare a lungo e culminare nell’ora di preghiera dei vespri, durante i quali il dialogo diventa universale. Parlando con lui scopri che aveva soltanto venti anni quando a Parigi incontrò Gianni Novello, il quale lo invitò a visitare la Calabria, cosa che fece e si fermò alcuni anni proprio a Santa Maria delle Grazie di Rossano; che a Santa Maria aveva come direttore spirituale padre Rodolfo, il gesuita professore di matematica e compagno di avventure di padre Pino Stancari. Ti dirà anche che è molto amico dei certosini di Serra San Bruno, e che questi un giorno, durante una delle loro scampagnate, sono scesi a piedi fino a sant’Ilarione. Scopri inoltre che si tratta di un uomo che ha viaggiato, che tutt’ora viaggia molto, che lavora, studia, traduce libri, tiene conferenze, prega. Stando con lui scopri che egli ha un modo particolare di pregare: si prepara ascoltando canti di Taizé o musica di Bach, canta i salmi accompagnandosi con la cetra, usa il libro del salterio della comunità di Bose, fondata in Piemonte da Enzo Bianchi. Tratto da: Calabria, antichi e nuovi punti d’irradiazione dell’evangelo di Tommaso Cariati

NATUZZA EVOLO
Nacque a Paravati, una frazione del comune di Mileto, antica città della Calabria, dove Ruggero il normanno aveva stabilito la capitale della sua contea e la prima diocesi di rito latino dell'Italia meridionale. Il padre, Fortunato, qualche mese prima che lei nascesse, nella speranza di poter contribuire economicamente al sostegno familiare, era emigrato in Argentina, da dove non sarebbe tornato mai più, formando una nuova famiglia. La madre, Maria Angela Valente, rimasta sola con numerosi figli da accudire, si adattò ai lavori più umili per sfamare la famiglia. La bambina non ricevette una particolare formazione religiosa, anche perché la condotta di sua mamma era particolarmente chiacchierata in paese. Natuzza (un diminutivo di Fortunata molto diffuso in Calabria) cercò di aiutarla accudendo gli altri fratelli, non potendo frequentare regolarmente la scuola e restando quindi con un livello di istruzione molto limitato, quasi analfabeta.
A 14 anni, per aiutare la famiglia andò a lavorare come domestica in casa dell’avvocato Silvio Colloca, guadagnandosi subito la fiducia di quella famiglia. Ma dopo poco tempo Natuzza fu al centro di presunti fenomeni paranormali, quali la visione di persone che erano già defunte. Nel 1941 Natuzza si ritirò da quel lavoro, andò a vivere presso la nonna materna e pensò di farsi suora, ma venne sconsigliata, proprio perché protagonista di tutti quegli episodi inquietanti. La madre decise allora di farla sposare e le propose il matrimonio con un giovane, figlio di amici, di professione falegname, che in quel momento prestava servizio nell'esercito. Trovandosi lo sposo in guerra, il matrimonio (officiato con rito civile), avvenne per procura il 14 agosto 1943. La coppia ebbe cinque figli.
Si riferisce che durante il corso della sua vita si siano manifestati una serie di presunti episodi paranormali: apparizioni e colloqui con Gesù Cristo, la Madonna, angeli, santi e defunti, la comparsa di stimmate ed effusioni ematiche accompagnate da stati di sofferenza durante il periodo pasquale e momenti di estasi. Svariate testimonianze le attribuiscono anche il presunto e cosiddetto "dono dell'illuminazione diagnostica", ovvero la capacità di diagnosticare con esattezza una malattia e suggerirne la cura migliore.[senza fonte] Per decine di anni ricevette presso la sua abitazione migliaia di persone provenienti da tutto il mondo per incontrarla, principalmente nella speranza di avere notizie dall'aldilà dai propri defunti o indicazioni sulle proprie malattie. Su sua ispirazione si costituì nel 1987 un'associazione (poi diventata fondazione, presso cui Natuzza ha trascorso il resto della sua vita) con l'obiettivo di creare a Paravati un complesso che inglobasse un santuario mariano, strutture per l'assistenza medica e centri per giovani, anziani, disabili, tra cui, già realizzati, il centro anziani "Pasquale Colloca" e quello per i servizi alla persona "San Francesco di Paola". Ispirati da Natuzza e dalla sua testimonianza di fede sorsero inoltre, dal 1994, dei "Cenacoli di preghiera". Il 9 aprile 2007 Rai International trasmise da Paravati di Mileto lo spettacolo "Notte degli angeli", a lei dedicato, organizzato dal promoter musicale Ruggero Pegna e condotto da Lorena Bianchetti, ispirato al libro "Miracolo d'amore" (Rubbettino Editore), storia della guarigione dello stesso Pegna dalla leucemia. Il 7 giugno 2008, l'Unione Cattolica Stampa Italiana l'ha insignita del premio Affabulatore d'oro per la sua straordinaria dote di "comunicatrice di Verità". Morì a causa di un blocco renale alle cinque di mattina del 1 novembre 2009 nel centro per anziani, che lei stessa aveva fondato grazie alle cospicue offerte dei fedeli.

SORELLA MIRELLA
Mirella Muià, una iconografa, originaria di Siderno ma francese di adozione, che da alcuni anni vive all’eremo di santa Maria di Monserrato, situato alle porte della città, rimesso a nuovo grazie a monsignor Bregantini , e ora denominato Eremo dell’unità. Prima di stabilirsi a Gerace, Mirella ha abitato nei pressi della Casa del gelso dei gesuiti di Rende, dove abita padre Stancari. Mirella, che è amica di padre Frédéric di Sant’Ilarione, vive un tipo di apostolato che mira a recuperare le radici spirituali della Calabria e a tessere, con la preghiera, lo studio, la diffusione delle icone, simbolo della spiritualità orientale, una rete di sutura delle lacerazioni tra la Chiesa d’oriente e quella d’occidente.